
La regione situata appena sopra l'Abruzzo, oltre a conservare un'antica bellezza architettonica e nei modi di fare degli abitanti, gentili e tenaci, è anche la terra che ospita una densità di ottima poesia contemporanea, davvero mirabile. Lasciando stare le due giovani perle, donne della poesia marchigiana, Franca Mancinelli e Barbara Coacci, in questi primi giorni di giugno ho letto e apprezzato l'ultima raccolta di Francesco Accattoli intitolata "La neve nel bicchiere", edita da FaraEditore.
Il libro di Accattoli, giunto nelle mie mani grazie alla genuina disponibilità dell'editore romagnolo, Alessandro Ramberti, è un avvenimento per la giovane poesia italiana di oggi, perché segna il ritorno ad un modo di fare poesia quanto mai legato a ciò che è esperibile nelle problematiche della società attuale: precariato, scuola e povertà sociale, sono i temi dominanti del libro. Anche la condizione esistenziale dell'uomo, descritto nella sua inquieta solitudine, è "analizzata" con una dedizione squisitamente frontale, ovvero con la precisa intenzione ad uscire fuori dal proprio "daimon" interiore per abbracciare la moltitudine del mondo. D'altronde è Accattoli stesso a riferire che per lui la verità è un incontro, si dà nell'esercizio ad uscire fuori dal proprio sé, mediante una sorta di "ékstasis" laica, un incontro con l'altro (che non è Dio) centrato su una pacata riflessione civile, giocata con un linguaggio ricercato ma mai altezzoso.
L'opera di Accattoli è la prova evidente di una poesia che non è morta affogata tra i fanghi dell'egotismo estetizzante, ma vive e assume forme e canti di natura polimorfa, tra l'uso meditato della parola e lo sguardo rivolto al presente, in cerca di direzioni inaspettate e nuovi itinerari della realtà sociale. Una poesia civile, dunque.
Personalmente del libro di Accattoli non dimentico le poesie maggiormente ispirate dai sentimenti individuali, dall'intonazione di un canto che parte dal proprio sé per allacciare un dialogo con il mondo; anzi, rischio nel sostenere che "La neve nel bicchiere" è una buona prova di come si possa unire la tensione a nominare il mondo esteriore, nei suoi drammi e nella luce più intima, e ciò che fa parte del proprio vissuto. La poesia "Alba domenicale" è una prova evidente di questa mediazione tra le esigenze dell'io e la volontà di rivolgersi al mondo.
Alba domenicale
Non è colpa nostra se manca l'aria
nei pomeriggi presi in prestito
per traslocare e lasciarsi qui tra i girasoli,
in questa nostra benedizione
di girasoli. Se la polvere si assottiglia
non si può staccare dalla pelle,
dalle narici fumigate, nere
fino alla resistenza dei muscoli, delle contrazioni.
È il pensiero che vuole il suo mattino,
tra le cinque e le sei, quando il convoglio
è un rumore piano e le salite stanno
ferme e odorano del nostro pane.
Si farà l'asfalto bianco dentro
un'alba domenicale, tra poco s'alzeranno
le serrande in prima fila, le nostre botteghe
originarie. Ed in asse con un sole cauto
e popolare, il tiepido sapore della crema
ci dirà che il mondo ha trovato la sua tregua
e noi un posto dove stare.
Lascia un tuo commento:
4 commenti:
Sono versi che mi hanno toccato nel profondo.
Bravi ragazzi!
Mi incuriosisce il libro che spero di leggere presto perchè tratta di temi del mio quotidiano.