Fante e gli altri

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John Fante, mio padre

di Giovanna Di Lello

John Fante

Fino al 30 giugno la UCLA ospita presso la Charles E. Young Research Library Department of Special Collections di Los Angeles la mostra 'John Fante: A Life in The Works', in cui sono esposti alcuni documenti dell'Archivio John Fante, che la prestigiosa università californiana ha istituito nel 2009. Per l'occasione abbiamo intervistato Victoria Cohen Fante, la figlia del noto scrittore italoamericano, originario di Torricella Peligna.

In questi ultimi anni assistiamo finalmente ad un interesse da parte dell'establishment americano per l'opera di John Fante. A Los Angeles una mostra, un archivio e una piazza che porta il suo nome. Che cosa rappresentano questi riconoscimenti per te e la tua famiglia?

Sono molto importanti perché sono dei riconoscimenti al contributo dell'opera di John Fante nella letteratura mondiale. Mia madre, Joyce Fante, ha sempre messo da parte con meticolosità tutti i documenti di mio padre. Ha conservato lettere, sceneggiature, appunti, contratti, pubblicazioni, un album della scuola superiore, fotografie e anche una ciocca di capelli. Lei è sempre stata convinta del talento di mio padre e sapeva che primo o poi sarebbe stato considerato un grande scrittore. Se non fosse stato per la sua diligenza, organizzazione e lungimiranza oggi l'Archivio John Fante non ci sarebbe.

Mia madre voleva che questi documenti di una vita fossero custoditi in un luogo significativo. Dopo la sua morte siamo stati noi della famiglia a decidere per la Charles E. Young Research Library of Special Collections della UCLA perché mio padre ha vissuto, amato e scritto a Los Angeles. I suoi lavori sono ora in compagnia di quelli di altri grandi scrittori americani.

La 'Piazza John Fante' è, invece, un omaggio da parte della municipalità di Los Angeles ad uno scrittore che nei suoi libri ha celebrato la città. John e Joyce Fante sarebbero estasiati nel vedere la 'Piazza John Fante' proprio nella Downtown di Los Angeles, di fronte alla Biblioteca pubblica.

So che ti sei impegnata molto per l'Archivio John Fante. Com'è nata la collaborazione con la prestigiosa UCLA?

Prima di morire mia madre aveva preso in esame diverse università. Stephen Cooper, il biografo di mio padre, ci ha poi segnalato la UCLA's Library of Special Collections. Lì ci hanno spiegato quanto valore avrebbe avuto la collezione John Fante per i ricercatori, gli studenti e più in generale per l'interesse pubblico. Siccome la UCLA ha, in effetti, la possibilità di conservare i materiali in digitale e di divulgarli su scala mondiale, abbiamo pensato che fosse il modo migliore per mettere a disposizione di tutti il lavoro di mio padre.

C'è un oggetto che hai preferito tenere per te?

La cosa più importante che conservo di mio padre sono i ricordi, di lui ma anche delle cene a casa con tutti i membri della famiglia, in cui era solito leggere ciò che aveva scritto durante il giorno. Seguivamo attentamente ogni sua parola mentre rideva, piangeva e ammaliava. A volte lo vedevo in giardino giocare a golf assorto. Sapevo che stava pensando a qualcosa da scrivere.

Custodisco gelosamente anche alcuni gioielli che mi ha dato. Ho delle prime edizioni firmate delle sue opere, una scacchiera, un ferro di cavallo con cui giocavamo a lancio, delle foto di famiglia e un suo tavolo da biliardo.

Qual è il ricordo più bello di tuo padre?

Nel 1960 mio padre lavorava a Roma come sceneggiatore per Dino De Laurentiis. Gli scrissi per chiedergli il permesso di avere un cavallo. Mi rispose con la lettera più bella che io abbia mai ricevuto. Un biglietto 5 x 5 cm con in mezzo un messaggio scritto a macchina che diceva: «Cara Vickie, questa è una piccola lettera per qualcosa di grande. Sì, avrai un cavallo. Con amore, Papà».

Il ricordo più brutto?

È la delusione che gli leggevo sul viso quando i suoi scritti venivano rifiutati dagli editori. Ma il ricordo più brutto in assoluto è sicuramente aver assistito al peggioramento della sua salute a causa del diabete e alla sua sofferenza.

John Fante era un uomo con una forte personalità. Nei suoi romanzi il rapporto tra padre e figlio è spesso controverso. Com'era con i suoi figli nella vita reale? Con te in modo particolare?

Una delle cose più singolari di mio padre è che con ognuno di noi aveva un rapporto diverso, esclusivo. Io sono la terza di quattro figli. L'unica femmina. Mio padre, il mio eroe, era cresciuto in un'umile famiglia italoamericana dove le ragazze dovevano stare con le madri e i ragazzi con i padri. Io invece avrei voluto stare più tempo con lui. Tuttavia mi sono sempre sentita amata e adorata anche se raramente facevamo cose insieme.

Il suo amore per me era nel suo sorriso, nel tono della sua voce, nel suo profondo sostegno, nel modo in cui mi proteggeva dai miei fratelli più grandi quando se la prendevano con me.

Mi faceva anche da allenatore quando glielo permettevo. Si metteva ai bordi della piscina di casa e mi incoraggiava a nuotare e a migliorare la mia tecnica. Spesso si presentava con dei regali, dalle caramelle italiane a piccoli gioielli, bambole, vestiti. Quando mangiavo le caramelle, osservava deliziato ogni mio singolo morso. Mi faceva sentire speciale. Ricordo un giorno, avevo dieci anni, mi portò a comprare delle scarpe. Feci impazzire il commesso sul modello da prendere e alla fine mio padre disse «Prendiamo questo paio di scarpe in tutti i colori disponibili».

Da adolescente?

Non discutevamo molto perché ero a disagio. Lui si esprimeva sempre con grande chiarezza, io no. Non se la prendeva per questo mio atteggiamento. Una volta, però, per condividere qualcosa con me, mi chiese di leggere Fitzgerald e Steinbeck, per poi poterne parlare insieme. Quando scoprì che stavo leggendo dei romanzi tascabili di successo, mi prese in giro. Ciò che lo irritava era l'idea che si potessero fare così tanti soldi scrivendo dei libri che, secondo lui, erano robaccia. Penso che fosse pieno di rabbia perché non poteva dedicare molto tempo alla scrittura dei suoi romanzi. Doveva scrivere sceneggiature e programmi televisivi per mantenere la famiglia.

Com'era con le altre donne?

Mio padre adorava mia madre. Li ho spesso visti abbracciati in cucina, sorridenti e felici. Si rispettavano molto. Raramente erano in disaccordo. Forse solo per questioni politiche. Mia madre era, in effetti, più conservatrice. Veniva da una famiglia ricca. Mio padre era più liberale. Da ragazzo era povero e per questo ha sempre avuto una certa attenzione per i più sfortunati. C'erano, poi, dei periodi di silenzio tra di loro ed erano dovuti sicuramente a qualche problema, ma non hanno mai litigato davanti a noi.

Con sua madre, poi, era particolarmente dolce, gentile e generoso. Ricordo quando una sera, tornato a casa con gli amici dopo una partita a poker, le consegnò tutti i soldi che aveva vinto. Mia nonna era felice del successo di suo figlio e lui la guardava con soddisfazione afferrare i soldi.

John Fante spesso scriveva a casa. Che atmosfera si respirava in questi momenti?

Da bambini siamo stati abituati da mia madre a non fare rumore quando mio padre scriveva. Mio fratello Jim ed io giocavamo in silenzio per non disturbarlo.

Che considerazione avevi da ragazza di tuo padre come scrittore?

Quando andavo a scuola ero orgogliosa di dire ai miei amici che mio padre ero un romanziere e sceneggiatore. In biblioteca un giorno aprì il libro 'Who's who in America' e mostrai a tutti la pagina dove era scritto il suo nome.

Nei romanzi di Fante ironia e amarezza, gioia e dolore si intrecciano con disinvoltura. Era anche una caratteristica della sua personalità?

Quando papà era infelice o arrabbiato, diventava cupo e aveva lunghi periodi di silenzio che potevano durare giorni. Se la mia pagella scolastica non era buona, dimostrava il suo disappunto togliendomi la parola. Quando era felice, invece, tirava fuori tutto il suo carisma ed era coinvolgente e affascinante. Tutti volevano stargli accanto. Molti miei amici hanno continuato a frequentare la casa dei miei genitori anche quando non abitavo più con loro. E questo per poter parlare con mio padre. Lui era molto interessato al pensiero dei giovani. Era aperto, informato sui problemi d'attualità. Le storie che raccontava erano sempre intelligenti e coinvolgenti.

Nella biografia di Stephen Cooper si fa, a volte, riferimento agli eccessi di tuo padre. Cosa ricordi di questo suo lato 'maledetto'?

Sarà stato pure amante dell'alcool e del gioco d'azzardo da giovane, ma per come me lo ricordo io, era moderato. Beveva vino rosso a cena e raramente faceva degli eccessi.

E' noto l'amore di Fante per gli animali. Per altro riscontrabile anche nei suoi scritti. Ci puoi raccontare qualcosa a proposito?

Mio padre aveva un amore profondo per gli animali. Siccome avevamo un grande giardino, abbiamo avuto animali di ogni genere: cavalli, papere, galline, cani, gatti, iguane, pappagalli, tartarughe, criceti e persino un asino. Ai cani mio padre dedicava moto tempo. Cucinava per loro piatti speciali. Coccolava anche il mio cavallo. L'amore di mio padre era peraltro ricambiato dagli animali. Gli stavano sempre dietro. Lo seguivano da per tutto.

Ricordi altre sue passioni?

Mio padre adorava lo sport. Era atletico ed estremamente competitivo. Da giovane fece del baseball, football, pallacanestro e pugilato. Negli ultimi anni, invece, giocava a golf, andava alle corse di cavalli e alle partite dei Dodger. Stava anche molte ore davanti alla TV a guardare ogni tipo di sport, comprese le corse di macchine acrobatiche!

In che cosa consiste, secondo te, l'italianità di John Fante?

Il tratto italiano più significativo di mio padre era la sua passione per la vita, ma anche il calore, la natura estroversa, la franchezza e la capacità di affascinare. Amava anche la cucina italiana. Ciò spinse mia madre a diventare un'eccellente cuoca. Preparava delle favolose braciole, la pasta aglio e olio, gli spaghetti, le polpette, la lasagna e i manicotti. Ho conservato il suo libro di ricette italiane.

John Fante si recò due volte in Italia. Cosa ti ha raccontato dei suoi viaggi?

Mio padre adorava l'Italia tanto da sognare di trasferircisi, ma sia mia madre sia noi bambini non avremmo mai lasciato Malibu. Parlava dell'Abruzzo quando si riferiva alle origini di suo padre. Ho anche dei bellissimi ricordi dei suoi racconti di Roma e Napoli, le città dove ha lavorato e soggiornato per un certo periodo.

So che hai un divertente aneddoto su un tuo leggendario parente abruzzese che John Fante cita nel romanzo 'Full of Life'.

Frequentavo la scuola cattolica quando un giorno ci chiesero di scrivere un tema su un nostro famoso antenato. Molti bambini si vantavano di essere imparentati con i membri delle famiglie reali di tutto il mondo. Domandai ai miei genitori di chi potessi scrivere e mio padre subito esclamò: «Scrivi dello zio Mingo, il brigante di Torricella Peligna». Per anni pensai che avesse scherzato, fino a quando non lessi nella biografia di Stephen Cooper su mio padre che si trattava di un personaggio realmente esistito.

John Fante è molto apprezzato in Italia. Tanti sono i suoi lettori. A Torricella Peligna c'è persino un festival letterario a lui dedicato. Cosa rappresenta tutto questo per te e per la tua famiglia?

Mio padre veniva da una famiglia umile e sapere che sia riuscito a coronare il suo sogno di scrittore mi riempie di orgoglio. La mia famiglia sarà sempre molto grata alla gente di Torricella Peligna per l'omaggio che fa da alcuni anni a mio padre, ma anche a tutti i lettori che apprezzano la sua opera. L'intitolazione della Mediateca John Fante a Torricella Peligna come anche della Piazza John Fante a Los Angeles ci fa sperare in un futuro sempre più di successo per l'opera di mio padre.

 
5
marzo
2011
© Riproduzione riservata

7 commenti:

Giuseppe Di Lello  (05/03/2011 - 12.49)
Bellissima intervista con ricordo finale di Torricella Peligna alla cui biblioteca la famiglia Fante ha donato la macchina da scrivere di John Fante: un gioiello per un paese della Majella che venera nello scrittore il suo santo laico.
giuseppe peschi  (08/03/2011 - 11.51)
E' la via giusta per non staccarci dalle nostre radici
Pampo  (10/03/2011 - 11.37)
é un'intervista molto bella perché toccante; è stato descritto un bel rapporto familiare, invidiabile e da imitare, se possibile.
Vanna Paoli  (10/03/2011 - 20.53)
Bellissima intervista! Interessante e umana piena di domande intelligenti. Aggiunge importanti dettagli per chi, come me, e' interessato a conoscere anche la vita di Fante e non soltanto la sua opera. Conoscere la sua vita aiuta a capire meglio la sua operas. Grazie a Giovanna Di Lello.
Francesco  (13/03/2011 - 15.35)
Ho acquistato solo pochi giorni fa "Chiedi alla polvere" nel deciso intento di scoprire l'opera prima di un nostro grande esponente della letteratura. Mi chiedo se non sia l'ora di portarlo sui banchi di scuola della nostra regione. Sono ricchezze inestimabili queste.
simezifumma  (16/09/2011 - 06.01)
solo un sacco di informazioni interessanti
BETH  (12/10/2011 - 23.51)
sto praticamente divorando tutto di john fante,un grandissimo narratore

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